27 Giugno Giu 2019 1057 20 days ago

La Digital Cippa Lippa

L'importanza della digital transformation

di Maurizio Savoca

Immagine Cippa Lippa

Un amico carissimo, che di mestiere fa il CIO, evidente esausto della definizione “Digital Transformation”, ha partecipato ad un evento pubblico con un intervento dal titolo: la Digital Cippa Lippa.

L’esordio provocatorio ha riscosso un successo inaspettato ed un applauso spontaneo, quasi liberatorio, ha premiato la prima slide della sua presentazione. I presenti hanno subito decodificato la natura della Cippa Lippa, ne hanno condiviso la carica ironica e hanno provato un improvviso sollievo nell’ascoltare un collega che finalmente sovvertiva la classica ossequiosa venerazione che si riserva al Totem del momento: la Digital Transformation.

Un po’ come Fantozzi che, in un impeto di temerarietà, urla: “La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca!”.


Perché si sta diffondendo questa inattesa intolleranza nei confronti del termine Digital Transformation? Semplice: perché non significa niente. O forse significa talmente tanto che la sua declinazione in una qualche direzione pratica sembra impossibile.

L’abuso di questi ultimi mesi è insostenibile: eventi, corsi, tavole rotonde, master universitari, proliferano e amplificano questo mantra digitale, danno sostanza alla più indefinita delle mode tecnologiche, agiscono senza scrupoli sul desiderio dell’essere umano di essere digitale (ovvero in linea con quella Digital Age tanto esclusiva e confortevole che le nuove tecnologie ci riservano).

Le motivazioni del dissenso sono evidenti: gli addetti ai lavori, che da decenni si dedicano all’informatica, che con fatica in questi anni hanno racimolato budget esigui da dedicare alla loro attività, si ritrovano improvvisamente travolti da un’ondata di discutibili strategie, di presunti modelli tecnologici che fanno del Digitale una mirabolante leva del cambiamento.

La reazione era prevedibile: “Cosa abbiamo fatto noi in questo frattempo??? Più di venti anni dedicati alla progettazione digitale e non ci ha mai filato nessuno…”. Ancora più intollerabile quella strana sensazione di essere “inadatti”, quella spiacevole impressione di essere “superati” da un trend impulsivo che, pressando sul tasto della contemporaneità, spiazza le logiche del settore ed elimina d’emblée ogni spazio di ragionamento sostenibile.


Ma adesso con calma elenchiamo i tormentoni e i paradossi della Digital Transformation:

  • Il cambiamento è una necessità. A supporto di questa indiscutibile asserzione si ricorre ad esempi lunari: i robot/magazzinieri di Amazon, il sistema di intermediazione di Uber, il modello di business di YouTube. Non dico che sia sbagliato assecondare un bisogno di cambiare, che deve passare anche attraverso l’evoluzione del proprio stile di management, ma che il bisogno di cambiamento, la fase del challenge con sé stessi, nasce in modo spontaneo da dentro sé stessi. Il digitale è solo uno strumento e va accompagnato da idee di business e percorsi creativi. Insomma non si diventa come Cristiano Ronaldo solo perché ci si alza alle 7 del mattino e si mangiano a colazione tre uova crude!
  • L’agenda digitale. Tutti ne hanno una: è una sorta di piano quinquennale elaborato da consulenti e luminari, preferibilmente esterni. Somiglia molto ad un contratto di governo: tanti obiettivi poco supportati da approcci e percorsi concreti. Ingredienti obbligatori: la presenza del Cloud, un po’ di IoT, immancabile la Blockchain, se possibile un Drone e tanta Automazione Robotica. I più sgamati ottengono degli ottimi risultati grazie ad un buon Cut&Paste dal web.
  • Il Change Management. Per cambiare bisogna gestire il cambiamento. Non puoi cambiare se non hai controllato se sei cambiato veramente. Prima metti in atto il cambiamento, poi cambi, e poi misuri di essere cambiato. Non si può cambiare a piacimento. Attenzione: se cambi troppo potresti non capire più perché hai voluto il cambiamento! In alcuni casi ci si dimentica chi si era prima del cambiamento. Da qui il management: cambiare consapevolmente e senza sorprese. Dopo il cambiamento guardarsi allo specchio da una certa distanza.
  • Lavorare sul naming. Una volta si chiamava CED, poi DSI adesso Digital Factory. E’ una Digital Unit possibilmente dotata di Digital Room e organizzata in Digital Service. A capo di questa Digital Function c’è un Chief Digital Officier. Primo obiettivo: definire una Digital Platform con annesso Digital Hub per consentire ai Digital Point la migliore Digital Experience. E pensare che una volta tutto il software era prosaicamente analogico!
  • L’agilità. Abitare il cambiamento significa essere agili. Cogliere gli stimoli dell’ecosistema in cui siamo immersi, reagire con tempestività alle esigenze del mercato, avviare processi di evoluzione dei sistemi informatici sono sfide che implicano flessibilità e rapidità. Basti pensare all’introduzione della fattura elettronica ai privati: è bastato proporre la digitalizzazione del più banale dei documenti B2B per generare la più imponente delle rivoluzioni informatiche. Mesi di sviluppo, errori apocalittici, improperi verso la pubblica amministrazione. La risposta delle imprese italiane alla nuova normativa digitale è stata scomposta e, nella maggior parte dei casi, impostata sulla mera reattività. Come dice il noto proverbio cinese: agile è sempre meglio che reagile.

Entro il 2025 il 60% dei progetti di digital business transformation non si compiranno, non riuscendo ad anticipare e a conformarsi al nuovo ecosistema di business digitale”.

Ecco una previsione del programma Maverick del Gartner:

Il mondo è indiscutibilmente in una fase di cambiamento radicale, direi di vera e propria mutazione. Ma è riduttivo attribuire al Digitale tutte le leve per afferrare i benefici che questa rivoluzione può offrire. L’attenzione deve concentrarsi sulle persone, sulla loro capacità creativa, sulla possibilità reale di condividere le esperienze lavorative e la conoscenza cumulata (che non è solo tecnologica). Il resto è solo cippa lippa.

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